Silenzio in sala
Stacca l’indice dalla rotella, si stiracchia un po’ e si alza.
Il box e’ troppo stretto, deve inarcare la schiena per raggiungere il cappoto. Quando ritorna dritto, con una mano regge il bavero nero e con l’altra spegne il monitor.
E’ solo in ufficio. Capita sempre piu’ spesso.
Nessuno vuole piu’ fare straordinari. Il guadagno marginale non ricambia le ore di vita perse. Probabilmente i colleghi ritengono sia piu’ preziosa un’ora passata con la famiglia, che il corrispettivo pagamento.
Lui invece resta. Sua madre e suo padre sono lontani. Gli amici la sera sono sempre occupati. E a lui piace passare del tempo nell’ufficio vuoto.
Attraversa il corridoio. Si infila il cappotto.
E’ una settimana che non la vede.
In strada non c’e’ molto traffico, l’autobus non tardera’. E’ un settembre tiepido, ma gli piace comunque indossare il cappotto pesante. Lo protegge. Si ricorda quando da bambino chiedeva alla madre di aggiungere una coperta sul letto, non perche’ avesse freddo, ma per aumentare il peso della materia sul suo corpo.
La settimana scorsa non aveva il cappotto. Aveva freddo. Non era pronto a gestire quella temperatura. Era nervoso.
Si siede e aspetta il suo numero. Caldo. Stanco.
Immagina di avere lei accanto. Le stringe il braccio. La guancia appoggiata sulla sua spalla. Il tepore di lei che attraversa la lana del cappotto. Lei sorride e lui le racconta il futuro. Cosi’ sarebbe dovuto finire.
Quando l’autobus arriva, si alza.