antolo's notes

notes from my life, work, sbontolo and supercazzole

Silenzio in sala

Stacca l’indice dalla rotella, si stiracchia un po’ e si alza.

Il box e’ troppo stretto, deve inarcare la schiena per raggiungere il cappoto. Quando ritorna dritto, con una mano regge il bavero nero e con l’altra spegne il monitor.

E’ solo in ufficio. Capita sempre piu’ spesso.

Nessuno vuole piu’ fare straordinari. Il guadagno marginale non ricambia le ore di vita perse. Probabilmente i colleghi ritengono sia piu’ preziosa un’ora passata con la famiglia, che il corrispettivo pagamento.

Lui invece resta. Sua madre e suo padre sono lontani. Gli amici la sera sono sempre occupati. E a lui piace passare del tempo nell’ufficio vuoto.

Attraversa il corridoio. Si infila il cappotto.

E’ una settimana che non la vede.

In strada non c’e’ molto traffico, l’autobus non tardera’. E’ un settembre tiepido, ma gli piace comunque indossare il cappotto pesante. Lo protegge. Si ricorda quando da bambino chiedeva alla madre di aggiungere una coperta sul  letto, non perche’ avesse freddo, ma per aumentare il peso della materia sul suo corpo.

La settimana scorsa non aveva il cappotto. Aveva freddo. Non era pronto a gestire quella temperatura. Era nervoso.

Si siede e aspetta il suo numero. Caldo. Stanco.

Immagina di avere lei accanto. Le stringe il braccio. La guancia appoggiata sulla sua spalla. Il tepore di lei che attraversa la lana del cappotto. Lei sorride e lui le racconta il futuro. Cosi’ sarebbe dovuto finire.

Quando l’autobus arriva, si alza. 

La Melanzana

Anche quella domenica arrivarono a parlare della Parmigiana di Melanzane.

Per anni aveva osservato con stupore il ripetersi di quel rito. Era ragazzo quando aveva giocato per la prima volta ad “Indovina chi Parte”. Da allora non aveva piu’ smesso.

Prima di sedersi a tavola studiava la famiglia, cercava di capirne lo stato d’animo. Con indiffernza si affacciava alla cucina per scoprire il menu’. Una volta raccolte tutte le informazioni che gli occorrevano allora, e solo allora, scommetteva. “Secondo me il primo a parlare di Melanzane sara’ Pasquale”.

Era un gioco solo suo. Aveva un piccolo quaderno in camera, su cui segnava una croce se aveva indovinato, un trattino se aveva sbagliato, un pallino se nessuno aveva mai nominato le melanzane. Era arrivato a 450 Croci, 70 Trattini, nessun pallino.

Quei settanta fallimenti erano il suo cruccio. Erano stati per lo piu’ errori di gioventu’ dovuti all’inesperienza, quando ancora non raccoglieva tutte le informazioni. Il suo obiettivo era quello di sbagliare al massimo tre volte l’anno. Se in un anno riusciva a non sbagliare (come dimenticare l’irripetibile 1998 ad esempio) si premiava con una bottiglia di brachetto da bere con gli amici.

Quella settimana fu la nonna a fargli guadagnare una crocetta. Era Maggio, l’anno era ancora lungo, ma fino ad allora non aveva sbagliato nemmeno un colpo.

La nonna stava parlando di una ricetta che aveva visto fare in televisione. Le fette di melanzane passate prima nel bianco d’uovo montato a neve e poi fritte. Si era allora ricordata che anche una sua vecchia zia usava questo accorgimento.

Era di solito a quel punto che qualcuno alzava la testa dal piatto per far rimbalzare l’argomento, magari inserendo qualche nuovo spunto.

Fu Zia Rosa a continuare il rito quella domenica. A lei questa cosa dell’uovo suonava strano, e se poi si sentiva troppo il sapore del bianco? Lei preferiva la classica frittura senza impanatura. Anche perche’ la melanzana e’ buona di suo.

Ed era proprio qui, quando la discussione diventava pubblica, che lui iniziava a sentirsi un alieno. Non aveva mai capito come facesse la sua famiglia ad appassionarsi tanto ad un tema cosi’. La melanzana era un Sacro Graal culinario per quella gente. Un orgasmo organolettico.

La missione finale di quella Domenicale Tavola Rotonda, sembrava essere quella di scandagliare la realta’, alla ricerca della perfetta ricetta che avrebbe infine dischiuso le immense possibilita’ del piacere Melanzanesco.

Lui non capiva. Una volta la sua professoressa del liceo gli aveva fatto leggere il brano di un vecchio romanzo. Parlava di un uomo con una sindrome che lo aveva privato del senso dell’umorismo. Ecco come si sentiva, come quell’uomo che era costretto a ridere anche se non ne capiva il motivo. Fingeva pur di poter continuare ad avere una vita sociale.

Aveva imparato a simulare l’orgasmo melanzoso. Degustava cucchiate di Parmigiana, chiedeva il bis di melanzane a funghetti, si offriva volontario per la preparazione della piastra per quelle arrostite.

Ma era tutto falso. Non e’ che non gli piacessero, e’ solo che non ne riusciva ad apprezzare la bellezza gastromica. Era tutto cosi’ mediocre e senza sapore. nulla che giustificasse tutto quello spreco di tempo.

Era per questo che aveva inventato le scommesse. Per dare un senso al rito del sommo ortaggio.

Ora era la madre che stava spiegando a Zia Rosa come evitare il sapore di uovo nella frittura con il bianco. Il fratello aggiunse che una volta a casa di un amico aveva assaggiato una parmigiana fatta in quel modo e che l’uovo non si sentiva proprio. Zia Rosa sembro’ convinta e sorridendogli promise di fargliela provare al piu’ presto.

Rispose al suo sorriso. Mentalmente gia’pregustava la nuova crocetta.

E pensare che quella domenica a tavola non c’era nemmeno una melanzana.

Il colore del grano

La mattina si sveglio’ tardi. Il viaggio in treno gli lasciava addosso una spossatezza dolciastra. Non se ne spiegava il motivo.

Lavato e mangiato, inizio’ la giornata. Scopri’ subito che doveva accompagnare la madre in citta’.

Non aveva ancora del tutto assimilato la colazione. La stanchezza si era da poco trasformata in noia e inedia. Palpabre ancora schiacciate e movimenti impastati.

Si riebbe a meta’ strada.

Si accorse che stava guidando. Da almeno 10 minuti, stimo’. La mamma pensierosa al suo fianco.

Rimise a fuoco la strada davanti all’automobile. A destra e a sinistra scivolavano campi e case.

I suoi occhi registrarono qualcosa. Se ne accorse, ma non riusci’ a coglierne i dettagli. Si sentiva ancora impastato. La puzza del vagone ancora nelle narici.

Dopo un po’ ricevette un  altro colpo. Un picco di informazione gli arrivo’ alla nuca. Ne percepi’ il contraccolpo. 

Analizzo’ quella sensazione. La disseziono’, ne cerco’ l’origine. Si guardo’ intorno. No capiva.

Stava quasi per parlarne alla madre, quando colse una variazione cromatica nello sfondo che scorreva alla sua sinistra.

Il grano aveva cambiato colore. Il verde aveva fatto un salto quantico verso il basso. Era successo tutto nel giro di pochi giorni.

Ecco cosa era cambiato. Il suo mondo si era istantaneamente spostato verso l’estate. Il cambiamento era stato cosi’ pervasivo e ambientale che solo la sua parte rettile se n’era potuto accorgere.

Sorrise al pensiero di questa sua incredibile scoperta. 

Sinossi - 11 Maggio 2007

Intro duzione

Le Regole:

  1. non si puo’ parlare del mezzo
  2. prova ad inventare un mondo
  3. prenditi sul serio, ma non troppo
  4. scegli sempre la parola giusta

Il Mondo:

  1. La Citta’
  2. La Famiglia
  3. L’Ufficio
  4. La Scuola

La Storia:

  1. Si incontravano per caso
  2. Una perdita ed un gatto
  3. Quando il ginocchio cedette
  4. Il treno viaggia carico

Retorica ? (4)

Il Venerdi’ sera prende il treno per tornare a casa.

Il treno nasce nel lontano Nord e muore a Sud. Taglia la nazione. Al suo interno un’affresco di personaggi stanchi. Le storie le ha ascoltate decine di volte. Persone sempre diverse, ma sempre le stesse vite.

Mariti e padri che saldano, costruiscono, spostano. Studenti assonnati, ma carichi di speranze. Ragazzi non ancora uomini, che driblano il controllore per non intaccare lo stipendio.

Ormai ha imparato a riconoscere gli scompartimenti tranquilli. Gli basta uno sguardo veloce, alle borse e alle facce, per capire se puo’ sedersi o se deve cercare ancora.

Col tempo ha imparato a schivare i logorroici e i troppo tristi, i migranti e gli insonni, i bambini e i malati.

Preferisce viaggiare solo. Riempire il viaggio con le riviste e riposando.

Non guarda quasi mai fuori dal finestrino. Fuori e’ brutto ed e’ sempre notte.

Regola 4

Scegli sempre la parola giusta.

Retorica ? (3)

Aveva giocato a calcetto per anni. Da quando era bambino.

Quando non andava a scuola, con gli amici si fiondava sul campetto dietro la chiesa. Il parroco non c’era quasi mai. E quando c’era faceva finta di niente.

Durante l’universita’ aveva scoperto il piacere del dopo partita. La chiacchiera nello spogliatoio. I pettegolezzi. Il cameratismo bieco.

Adesso non poteva piu’ giocare. Il ginocchio era andato.

Era iniziato tutto con una fitta. Poi un giorno si trovo’ a non poter piu’ muovere la gamba. Si spavento’ e il giorno dopo corse dal dottore. Gli dissero che avrebbe dovuto riposarsi. Lui li prese in parola e si impigri’ per quasi un mese.

Il ginocchio cedette una sera d’estate su un campetto di terra.

Mondo 4

La scuola e’ vecchia, e’ un edificio cadente, nel centro della citta’. Ci si arriva da una piccola strada schiacciata tra due palazzi.

I bambini la mattina. I genitori nervosi. I professori stanchi e disillusi. I bidelli che fanno i bulli.

Anche qui esistono regole e protagonisti.

I muri gialli e grigi su cui sono appesi vecchi disegni scoloriti.

I bambini hanno i loro riti segreti, il loro alfabeto personale. I maestri sono esclusi.

La giornata e’ scandita da riti pubblici. La settimana e’ una cantilena di giornate tutte uguali, un rosario che va snocciolato fino alla domenica.

Accompagna, aspetta, casa, compiti, letto.

Accompagna, aspetta, casa, compiti, letto.

Sveglia, appello, caffe’, pausa, campanella, casa.

Sveglia, appello, caffe’, pausa, campanella, casa.

Fiume lento e costante. Entrano ed escono dalla vecchia struttura prefabbricata. Pulsa. Dentro, fuori. Sempre diversi. Ogni anno sempre nuovi.

Mondo 3

In ufficio si va’ vestiti bene. La giacca e, possibilmente, la cravatta. D’estate al massimo in camicia. Mai in jeans. Le scarpe di pelle sempre lise. Le nuove non si mettono per l’ufficio ma per i matrimoni.

In ufficio non si fuma piu’ da almeno un anno. Prima potevi entrare con il giornale sotto al braccio, ma adesso ti guardano male, lo devi nascondere nella borsa.

C’e’ tutto un mondo in quelle stanze. Ci si conosce da anni. Dietro ogni volto c’e’ una famiglia. Sai nomi e eta’ di tutte le famiglie collegate a quel mondo. Le facce le sai grazie a qualche vecchia foto conservata nei portafogli. Foto rovinate e sgualcite, vecchie di anni.

Raramente qualche familiare entra all’interno del mondo chiuso dell’ufficio. Ti viene presentato e ti stupisce scoprire che il volto di quella foto e’ invecchiato tanto. Nella foto della comunione non ti sembrava cosi’ grande, adesso e’ un’uomo. Vedere una persona invecchiare istantaneamente davanti ai tuoi occhi ti inebetisce sempre.

Regola 3

Prenditi sul serio, ma non troppo